
Anche in questo caso, come per la tavoletta di Messina, il giudizio sul dipinto è compromesso dallo stato di conservazione dovuto alla devozione privata, cui rimanda anche l'associazione tra i due soggetti, tipica di dipinti con questa destinazione, poiché il dolore di Cristo era rispecchiato dalle sofferenze autoinflitte da san Girolamo nella penitenza. L'opera è uno dei più profondi esempi di intima e sentita meditazione sul tema delle sofferenze di Cristo, in un'immagine che in qualche modo prelude alle successive versioni dell'Ecce Homo; tale risultato è ottenuto,
oltre che grazie al realismo dei particolari, con l'espediente figurativo di inclinare la testa del Salvatore verso lo spettatore, quasi a costringerlo ad un muto dialogo con il suo dolore, particolare che sottrae la rappresentazione a qualsiasi effetto di fissità a volte presente in tali raffigurazioni. Stretti sono i legami con l'arte fiamminga - si veda la scelta di incidere sul parapetto la scritta "INRI", quasi un richiamo dalla ritrattistica -, visibili anche nel roccioso e desolato paesaggio, che ricomparirà anche nelle Crocifissioni di Antonello.